martedì 31 marzo 2015
ci mancavano le calme equatoriali...
Molti, se non tutti, ne abbiamo letto nei libri di Salgari, ma che sono esattamente i doldrums? Si fa presto a dire "calme equatoriali", ma avete presente una calma TOTALE per giorni e giorni? Niente vento, naturalmente, se non soffi appena rinfrescanti a mitigare il sole caldo da bruciare, solo qualche delfino e pochi uccelli, nemmeno una barca o una nave neanche col radar e mare quasi piatto, perché l'oceano piatto non è mai, liscio come l'olio sì, ma sempre con onde di 1-2 metri che viaggiano lente in più direzioni, quasi invisibili, appena accennate, morbide, lontanissime l'una dall'altra, anche 2-300 metri, ma pur sempre maestose.
Dopo più di 24 ore di motore sotto la protezione del tendalino provvidenziale come non mai, incoraggiati da qualche increspatura sulla superficie, oggi pomeriggio abbiamo dato vela, più che altro per una pausa di pace e di silenzio. Regolate le vele al traverso, Bulbo Matto a preso a scivolare in questo nulla, piano piano, forse 4 nodi di vento, noi 2 poi 3 nodi di velocità, anche 4 a volte, e ci ha regalato una serenità preziosa fino ad un altro tramonto stupendo, con l'arancio che ondeggiava tra le masse d'acqua che viaggiavano lente con movimenti leggeri.
Poi è finito tutto, un'altra notte di motore, e altre due ce ne sono fino a San Cristobal. Uno splendido quarto di luna ci consola.
Ma l'indomani c'è l'equatore da attraversare! Per me ed Alex è la prima volta in barca a vela. Sam si traveste da Nettuno (vedeste le foto!) e noi confessiamo i nostri peccati, implorando il perdono ed una traversata felice. Nettuno, bonario, accoglie le nostre richieste...
mercoledì 25 marzo 2015
la foresta del Darièn, incontri ed emozioni
lunedì 23 marzo 2015
Le isole Las Perlas, ville miliardarie e lusso fuori posto
35 miglia a sud est di Panama City c'è un arcipelago dal nome affascinante, Las Perlas. Un centinaio di isole ed isolette poco abitate, una delle maggiori, San Josè, è privata e vi sorge un unico resort di cottage di lusso sparsi nella foresta. Poco vento, vi arriviamo il giorno dopo dal Canale, un po' motore un po' gennaker. Ci ancoriamo a ridosso della più frequentata, Contadora, accanto altre poche barche a vela, così chiamata perché gli spagnoli vi contavano i tesori trafugati nell'America del Sud, prima di sbarcarli a Panama, trasportarli dall'altra parte e reimbarcarli per la Spagna, pirati permettendo.
Ma la delusione è grande: l'isola è disseminata di ville miliardarie quasi tutte chiuse in una vegetazione secca, direi invernale, se non fossimo quasi all'equatore. Un'atmosfera da stazione turistica di lusso fuori stagione. Ma soprattutto il mare è verde palude e freddo! Anche le altre isole non sono certo più attraenti: belle nella loro selvaggia natura, ma non molto fruibili: foreste scure ed intricate, spiagge deserte ed altrettanto selvagge ma ben poco balneabili, in queste condizioni.
Dopo qualche giorno le lasciamo senza troppi rimpianti e ci molliamo al tramonto per una traversata notturna di 60 miglia verso sud est, costa del Darien: la regione più remota e meno sviluppata di Panama. La notte è buia e incute quasi paura: ma per fortuna ci danno felicità miliardi di stelle, in cielo e nel mare, dove il plancton segna la nostra scia e quella dei tanti delfini che ci accompagnano: sembrano comete accanto e sotto di noi, si intrecciano, fanno evoluzioni e giravolte luminose che ricordano quei bastoncini scintillanti che accendevamo nel buio da bambini a carnevale.
Questa volta le nostre aspettative sono pienamente appagate: all'alba ci appare un profilo frastagliato di diverse quinte di alte montagne coperte di giungla e la mèta che avevo adocchiato sulla carta, Bahia Piña, si rivela una base stupenda per qualche esplorazione in questo parco naturale quasi impenetrabile al confine con la Colombia, più grande della Sicilia. Pullula letteralmente di pesci e di vita, che vediamo schizzare dappertutto inseguiti da invisibili predatori. Il mare è finalmente più caldo, pulito e trasparente, e la nostra barca è la sola all'ancora in un grande anfiteatro perfettamente ridossato, quasi senza traccia umana intorno.
Subito ci vengono intorno tre ragazzini sulle loro piroghe di tronchi scavati: sono Indios Emberà, teneri, deliziosi, gentili, ci propongono i loro stupendi piattini e vasetti di fibra di palma, intrecciata così fitta da poterne fare recipienti per l'acqua. Poi ne chiamiamo un altro più grandicello che passa accanto dopo la sua pesca mattutina, sarà la nostra guida del giorno. Ortega ci sbarca uno ad uno sulla spiaggia che sembra infinita, tagliando indenne i frangenti che la battono e ci conduce al piccolo villaggio, forse una cinquantina di case, una chiesa, una scuola affollata di bambini ed un locale comune per il tempo libero. In una di queste ammiriamo una donna in costume locale che intreccia un enorme piatto tutto di fibra di palma colorata a motivi tradizionali, un vero capolavoro di enorme valore, saranno mesi che ci lavora. Accanto alla breve pista d'aeroporto (un monomotore due volte la settimana per Panama City) un bagno rinfrescante nel Rio Piña, trasparente da poterlo quasi bere, e la gita è già finita. Una realtà ai minimi termini, vedremo nei prossimi giorni cosa potremo vivere di questo posto così tranquillo da farci sentire totalmente fuori dal mondo.
Il canale di panama con il gran pavese in testa d' albero
Di quest'opera incredibile di ingegneria marittima, civile ed idraulica, sapevo già tutto: che era stata realizzata giusto 100 anni fa, con una lungimiranza tale da renderne necessario l'ampliamento sono in questi anni, dopo un secolo di sviluppo economico mai prima neanche immaginabile; che era costata allora la vita a qualcosa come 25.000 persone, tra malattie, incidenti e attacchi di puma, giaguari, coccodrilli e serpenti; quante navi vi transitano oggi, circa 40 al giorno, quanto pagano, anche 200.000$ e più l'una per una portacontainer 380 metri di lunghezza e 4000 pezzi impilati dentro e sopra, quanto guadagna un pilota senior, oltre 300.000$ l'anno, ecc, ecc. Avevo visitato con grande stupore le enormi chiuse già a giugno scorso, e transitato pure, aiutando il mio amico Matt, navigatore quasi solitario avendo a bordo solo il suo cane Oskar.
Ma non pensavo che avrei ancora avuto un'emozione così grande, entrare nelle chiuse di notte, alla luce gialla delle fotoelettriche, al timone della mia barca. Ci è sembrato di entrare in un enorme teatro, su una scena tutta per noi, di cui eravamo noi ci protagonisti.
Il copione era ben collaudato: quattro amici alle cime ai quattro angoli della barca, il pilota che mi suggeriva le manovre, una chiusa dopo l'altra, senza un problema, in zattera con altre due barche, siamo saliti 27 metri al lago Gatùn, dove abbiamo cenato (pasta all'amatriciana) e passato una notte fresca e tranquilla attraccati alle altre barche in transito come noi quella sera.
All'alba della mattina dopo, odori di uova con la pancetta, risate e chiacchere in una mezza dozzina di lingue diverse, poi arrivano i piloti e si parte per le 36 miglia di motore che ci portano alle chiuse Pedro Miguel e Miraflores, altri tre salti in discesa per scendere in Oceano Pacifico. All'ultima riusciamo ad individuare la webcam che ci riprende tutti e che potrebbe consentire ad amici e parenti di vedere il nostro transito in diretta.
Probabilmente saremo troppo piccoli, quasi indistinguibili, la barca accanto ha issato uno striscione con suo nome, noi il gran Pavese in testa d'albero, mi levo la maglietta e mi sbraccio sorridendo.. Stamattina mi sono fatto magari la barba! Mi vedrà nessuno dei parenti e amici che ho allertato? Chissà.. Ma per noi è comunque una grande festa, un'emozione vera e forte..
Indimenticabile! Alle 15 siamo già in Pacifico, neanche mezz'ora e siamo ancorati davanti al marina di Balboa, stremati dal caldo e dall'emozione, accanto ad altre decine di barche, molte presumibilmente in partenza per la traversata più lunga, quella dell'oceano più grande.
Noi prenderemo le Galapagos come una boa e torneremo indietro, a Panama o forse piuttosto in Messico, Mare di Cortes. Tutto il resto è troppo lontano e impegnativo. Ma quello che abbiamo fatto già ci soddisfa tutti in pieno, ed il Canale appena vissuto ne è un capitolo fondamentale. Chi se lo sarebbe immaginato solo 3 anni fa?
sabato 14 marzo 2015
Bulbo Matto attraversa il Canale di Panama, e via in Pacifico
giovedì 12 marzo 2015
Costa Rica, immersioni all' Isla Cano
IMMERSIONI ALL’ ISLA CANO – PARCO CORCOVADO, PENISOLA DI OSA, COSTA RICA
Il Costa Rica è un vero paradiso terrestre. La natura incontaminata conserva una purezza altrove scomparsa ed una concentrazione di biodiversità che per noi occidentali è solo un concetto astratto. Il 2 % delle specie esistenti al mondo vive indisturbata in questo angolo di mondo tra due oceani, il Pacifico e l’Atlantico.
Luce, colori, profumi e suoni sono un costante spettacolo che cattura l’ attenzione e risveglia i sensi, colpiti dall’ ossessivo gracidare metallico delle rane. Ne esistono decine di specie, le più sgargianti sono quelle velenose, i turisti le vanno a fotografare la sera, nel fitto delle foresta dove si fanno parecchi incontri inaspettati, le innocue lucciole, i serpenti, le scimmie, i pappagalli, le tarantole, gli iguana... Per chi ne avesse perso la memoria, passeggiando nella foresta nebulosa del Costa Rica ti volano sulla testa colibrì viola e verdi, ogni tipo di grosse e piccole farfalle maculate, blu o gialle, occhi in alto per pappagalli ara ed aquile, più raro, nella foresta nebulosa oltre i mille metri vive il famoso Quetzal rosso e turchese. Andando verso sud, tra i fiumi fangosi si fermano a decine al sole i coccodrilli, e nella selva tra foce e mare del parco Corcovado, il grosso tapiro, riposa fuori dalla palude tra aironi e scimmie urlatrici. Simpatico e indolente, non meno del bradipo, solo le guide più ostinate ne scovano odore e tracce. Ne restano solo poche centinaia al mondo.
Inutile illudersi: L’ oceano Pacifico, si calma solo d rado e poche ore al giorno. Di solito ruggisce come uno schianto, la marea si alza ogni sei ore, il vento e la corrente indicibile giocano a formare onde oceaniche di parecchi metri, che mescolano tutto in una cascata marrone che sbatte sulle spiagge nere che qui sono rigorosamente libere da lidi ed ombrelloni e larghe come autostrade.
La natura dalla terra, ai vulcani al mare si percepisce come un’ entità sovrastante: non a caso il motto -saluto dei Costaricensi, semplici e cordiali, non è il nostro laconico “in bocca al lupo” o salve, bensì Pura Vida. Un inno alla nostra più ancestrale origine di esseri viventi, un tempo in grado di vivere in armonia con la natura. Così almeno era per gli Indios che ancora oggi vivono nell’ inviolata ed immensa foresta pluviale al confine tra Panama e Costa Rica. Ne restano in tutto 60.000 divisi in otto tribù, quasi tutti nella foresta centrale del paese, a Talamanca. A Panama, si sono rifugiati dopo le persecuzioni degli europei nel fitto del Parco Darien. Visitare il museo dell’ Oro Precolombino nel centro della capitale del Costa Rica, San Josè, nella bella e pulitissima Plaza della Cultura dal sapore coloniale, serve a capire la storia di questa giovane democrazia che si affaccia al futuro come santuario del turismo ecosostenibile, con un primato: un territorio nazionale protetto per quasi il 28 per cento, l’ acqua potabile che arriva in tutte le case ed una cultura della sostenibilità ambientale che si traduce in un turismo organizzato ed ecocompatibile, da fare invidia all’ occidente. Eccole le quattro R messe in pratica. Riusare, riciclare, recuperare le risorse, oltre che ridurre i consumi, in Costa Rica non sono affatto uno slogan, ma una pratica quotidiana. Se nessuno sporca e distrugge, tutto si mantiene. Nello sforzo comune. Dal più piccolo resort ai grandi centri commerciali.
Arriviamo a Drake Bay, nella penisola di Osa, dal nome di un cacique Indios, in auto attraversando chilometri su chilometri di palmeti che, sin dalle origini, producono il frutto rosso per ricavare olio e fibra. Le multinazionali americane invadono da anni ormai il mercato mondiale con l’ olio che di certo, contribuisce al sovrappeso di molte donne del centro America. A Sierpe, un imbarcadero ci accoglie con ristoro ed informazioni. Le barche con potenti motori 300 cavalli sono allineate lungo il fiume, un paradiso di mangrovie e ficus fioriti dai profumi più che intensi, che qui ai Caraibi danno quasi assuefazione. Partiamo per Drake senza sapere cosa ci aspetta: oltre 30 passeggeri perfettamente stipati con bagagli di ogni tipo lanciati a velocità nel dedalo d’acqua del delta del fiume, sino ad arrivare in oceano, per cavalcare l’ onda ed il reef con disinvolti colpi di motore. Non esistono i pontili, a terra ci porta la risacca, a forza i marinai tengono la barca sbattuta dall’ onda mentre scendiamo increduli con l’ acqua alle ginocchia in un concitato passamano di bagagli sulle nostre teste. Il diving resort di Drake, Jinetes de Osa, tutto legno mimetizzato tra il verde tropicale, è molto ben organizzato. Stessa barca in vetroresina, grosso motore e attrezzatura nuovissima: si parte cavalcando le onde per l’ isla Cano, a 45 minuti a vista dalla Baia, alle sette del mattino. Prima immersione alle 8 in un’ acqua finalmente cristallina, sotto di noi le prime spotted ray ed una moltitudine di pesci. Forse i punti d’ immersione più belli resteranno il Diablo ed il Garden. Si scende in acqua libera a veti metri tra formazioni e canyon neri ricoperti di spugne rosa amaranto, coralli tabulari gialli e gorgonie dal verde al viola. Pochi minuti per capire che la corrente è ingestibile, inutile pinnare contro, meglio salire sull’ altalena e sfruttare l’ onda buona per avanzare. Sotto di noi si concentrano molti squali di piccola e media dimensione, white phin tale, grossi tonni e carangidi di 6, 8 chili ci passano accanto, barracuda in cerchio ci danzano in alto, e sotto uno sperone dorme una grande tartaruga dalla testa gialla e rugosa. Che non è interessata a noi subacquei che le arriviamo ad un palmo dalla bocca. Le guide ci assicurano che l’ Isla Coco, a più di un giorno di navigazione veloce da qui, è ancora più ricca di specie, incluso lo squalo martello e balena, ma questo spettacolo che vediamo ci sembra già più dell’ immaginabile, per noi subacquei mediterranei. In mare non c’è un millimetro di plastica, al fondo di rado un’ ancora o un resto di metallo ricoperto dalle alghe.
Un’ ora di riposo sulla spiaggia nera della riserva marina, doccia e volendo riparo all’ ombra nella sede del parco, e siamo pronti per il secondo tuffo alle 10. Frutta e biscotti, succhi freschi sono rapidamente serviti dal personale preparatissimo che mette tutta l’ attrezzatura al suo posto come per incanto. L’ isola fa parte del Corcovado per la gestione, un tempo la si poteva visitare sui sentieri interni, oggi è una stazione di biologia marina e conserva un sito archeologico con le misteriose sfere di granito che gli Indios utilizzavano nelle cerimonie funerarie. Qui non si lascia e non si prende nulla da terra, solo le proprie orme sulla sabbia, come recita il cartello di benvenuto ai visitatori che con fatica giungono in questo paradiso sperduto, e con grande gioia se ne vanno, sicuri che così sarà preservato per i secoli a venire.
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