mercoledì 13 febbraio 2019

Isola Isabela, bird santuary


Dopo la sosta senza storia al Marina di Puerto Vallarta, decidiamo di visitare Isabela, un'isoletta a nord che è parco naturale protetto. L'odore aspro del guano ci ha investito una buona mezz'ora prima di arrivare, proprio con l'ultima luce dopo il tramonto, nell'unica baia di questo scoglio a 30 miglia dalla costa pacifica del Messico centrale. Ed è un ancoraggio piuttosto adrenalinico, con l'onda oceanico che ci solleva almeno un paio di metri prima di frangersi con un boato terrificante sulla scogliera lì vicino, accanto a noi, non riusciamo a valutare bene a che distanza. Fortuna che non c'è vento, cosicché non c'è pericolo che l'ancora si metta ad arare e ci costringa a scappare nella notte senza luna. 

Dormiamo comunque con un occhio solo, la barca sballottata dalle onde, l'allarme programmato sul GPS, gli strumenti accesi pronti a qualunque evenienza, ogni due ore fuori a controllare che tutto sia a posto.

L'indomani già all'alba siamo tutti svegli, ammiriamo in silenzio la grandezza dei marosi nella luce che avanza, la scogliera rossa a picco, le migliaia di uccelli già a pesca, le fregate che rubano le prede alle sule, i pesci che balzano intorno. 

Un pescatore di passaggio ci offre di sbarcarci evitandoci l'incomodo ed l'incognita di usare il nostro tender, e subito ci mettiamo in cammino nel bosco arido per la nostra piccola esplorazione. Subito tra le fronde decine di nidi di fregate con i pulcini bianchi spelacchiati grossi come polli che ci guardano curiosi. Poi le sule con i nidi a terra, una femmina ha sotto due uova, scappa facendo la parte dell'uccello ferito, poi una coppia lì vicino intenta in un rito nuziale, col maschio che offre ramoscelli alla femmina, ed entrambi che oscillano la testa su e giù, strofinandosi l'un l'altra, a la scogliera che si apre sulla baia dove Bulbo Matto è ancorato, uno spettacolo di voli, versi, richiami, tuffi..


La natura nella sua massima espressione!

Messico, lungo la costa del Pacifico


Zihuatenejo ė una cittadina 100% messicana, piccola baia chiusa protetta da ogni vento, tre, quattro spiagge intervallate da rilievi rocciosi, palme e mangrovie. Turisti stranieri non tanti, molti quelli locali, sparsi tra gli alberghetti e i ristoranti nei pressi del Malecon, il bel lungomare alberato un pò ruspante che l'amministrazione ha arricchito efficacemente di spazi pedonali, verde e fiori, statue di personaggi locali caratteristici (il campesino, la lavandaia, i niños..) e di un campo da basket per partite serali molto seguite tra agguerrite squadre locali. Negozietti di bell'artigianato e souvenirs sovrabbondano rispetto i potenziali acquirenti che, almeno in questa stagione, equamente divisi con pochissime eccezioni tra americani e canadesi, sono in massima parte tranquilli pensionati che pensano sopratutto a godersi la mitezza del clima, l'ottimo cibo a buon mercato e la musica ad ogni angolo di strada. 

Solo 5 o 6 le barche in rada, noi dall'Italia siamo un'assoluta curiosità, si fermano tutti, ci chiedono la nostra rotta, si fa subito amicizia. Quasi nessuno è un vero navigatore magari in rotta verso le isole del sud Pacifico, piuttosto sono nordamericani che passano qui gli inverni per poi mettere la barca in secca in estate, stagione di troppo caldo e di uragani, e tornare a casa, chi la casa addirittura non ce l'ha qui, da qualche parte di questa costa poco antropizzata, lunga da Tijuana al nord al Guatemala più di 3500 km in linea d'aria. 

Abbiamo già navigato piano piano quasi la metà delle 1400 miglia da Marina Chiapas a La Paz. Dopo Tehuantepec e Huatulco, abbiamo fatto una piacevole sosta a Puerto Angel, paesino turistico e di pescatori, poi una più lunga navigazione ed una piacevole sosta nello stupendo "Clube de yates de Acapulco", città in magnifica posizione e con una stupenda, immacolata spiaggia in una baia ben protetta, tanti albergoni, un mucchio di ville hollywoodiane e un bel clima vacanziero. 


Più tardi tra poche miglia ci hanno raccomandato un ancoraggio notturno ben protetto dietro l'Isla Grande, ma domani ci aspettano due giorni di fila fino alla Bahia de la Navidad. Ci sarebbero altre baie, isolette e spiagge, ma non si può vederle tutte. Magari al ritorno...

Ecco il mare che cercavo!


Dopo 10 giorni di attesa, in parte spesi in un bel giro in auto in questa regione del sud del Messico famosa tra l’altro per le rovine Maya di Palenque e la cittadina coloniale di San Cristobal de las Casas, approfittiamo di una finestra di calma per attraversare il temibile golfo di Tehuantepec dove il vento soffia a 40 nodi è più 300 giorni l’anno, e approdiamo a Huatulco. Cittadina turistica, offre un tratto di costa di una ventina di miglia con una serie di baie deserte che si susseguono, immancabilmente con spiaggia chiara al fondo, divise da speroni rocciosi fittamente boscati. Non siamo in un documentario della BBC, sicchè ė un anno che non piove e il verde è completamente secco e poco fotogenico, ma l'insieme per me è comunque stupendo nella sua varia e vera naturalità. Il governo messicano sembra aver fatto le cose per bene, senza permettere albergoni sulla battigia come ad Acapulco (ormai in ribasso, ci dicono) e lasciando più della metà di questa costa vincolata a Parco, marino e terrestre. Certo, non tutto è perfetto, anzi, quasi niente sentieri naturalistici e invece tracce di quad sulla spiaggia, ma non ci sono rifiuti, neanche per strada (e questa è un'assoluta novità), e in città ci sono prati e verde ornamentale in abbondanza. È stato piacevole stare al piccolo marina, conoscere le storie delle barche vicine, le tante esperienze, ma adesso siamo finalmente partiti, e ad appena 6 miglia dal marina ci siamo solo noi, in una di questa baie deserte. Razze e creature marine che saltano attorno a noi, uccelli a pesca, silenzio totale, temperatura perfetta, dondolio riconciliante, dopo la tensione per la temuta traversata delle 250 miglia del golfo di Tehauntepec, una reputazione molto peggiore del golfo del Leone in inverno da noi. 

Abbiamo adesso davanti 300 miglia di mare abbastanza aperto ma benevolo, a regime di brezze, fino al marina di Acapulco, dove sosteremo il meno possibile. In mezzo bisognerà vedere se sarà possibile una sosta Puerto Angel (turismo locale), e a Puesto Escondido (molto turismo italiano, quello del film per intenderci), altrimenti dritto fino alla famosa Rocca dei tuffi da 40m. 


Poi però le successive 500 fino a Porto Vallarta offrono parecchi ridossi, baie e marina tutti da scoprire e assaporare, tra cui Zihuatenejo che ci dicono immancabile. Intanto invece di un'ora, in questa baia che mi ricorda la insuperabile Bahia Pigña dell'anno scorso in Darièn, ci fermiamo tutto il giorno e la notte, oggi ė luna quasi piena!

I dannati della terra



Il vulcano Tacana, nell'entroterra di Tapachula, segna un tratto del confine tra il Messico ed il Guatemala. Alto 4000 metri, maestoso, fittamente coperto da boschi tropicali, è Riserva della Biosfera da molti anni. Più che da puma e altri animali selvatici che ben meriterebbero di abitarlo (e che probabilmente da qualche parte ancora lo abitano), le sue pendici vengono invece percorse ogni giorno da decine e centinaia di Guatemaltechi, su e giù nella stupenda foresta nublada (cioè immersa nella nebbia per la maggior parte del tempo, e quindi al massimo della umidità e della vegetazione possibile), impegnati in piccolissimi traffici transfrontalieri clandestini. Vengono a vendere verdure e artigianato e a comprare "cositas" da rivendere poi dalle loro parti. Due ore a piedi, giù per un sentiero ridotto a cañón pietroso tra alberi giganteschi, e due ore al ritorno, tutto in salita, con casse o pacchi sulle spalle tenuti con una cinghia alla fronte, come spesso si vede in molti paesi poveri.

Come non pensare ai dannati delle miniere d'oro brasiliane fotografati in "Genesis" da Salgado o alle interviste di "Human" di Jan Arthur Bertrand? Ciascuno di questi uomini potrebbe raccontare una storia, di povertà, di aspirazioni minime, a volte di disperazione. Oppure lasciare una traccia toccante su una pellicola digitale. 


Eppure li guardo, nella mia passeggiata da turista, e sono tutti immancabilmente sereni, curiosi di noi, equipaggio Italo-americano-singaporese, assolutamente dignitosi e dignitosamente vestiti. Ci raccontano da dove vengono, cosa fanno e cosa vendono, e nessuno che si lamenti. "Que le vaya bien!" È il loro immancabile saluto...

Ritorno in barca




Arrivo a Marina Chiapas, vicino la cittadina di Tapachula, che è notte, e la trovo lì placidamente ormeggiata alla banchina del marina, immersa nel silenzio, bella, pulita, mi sembra così grande, mentre la percorro di fianco studiandone ogni dettaglio. Il cantiere sembra aver fatto proprio un buon lavoro a farmela trovare pulita e già alla banchina.

È l'inizio della quarta stagione di Bulbo Matto ai Caraibi, adesso in Messico. E ogni volta che ritorno è uguale, per l'emozione e le aspettative, ed ogni volta è diverso, per il luogo, l'equipaggio, il programma, le difficoltà che mi aspettano. Quest'anno sento ancora di più il distacco, da Laura e dal mio consueto mondo cittadino. Non più cinema, concerti, aperitivi o cene con amici, più o meno con gli stessi problemi (lavoro, figli, stress, politica, ecc). Ma so già che mi passerà, non appena mi riaggiusto alla vita libera del navigatore.

Adesso ho accanto una coppia canadese che mi raccomanda con entusiasmo l'Alaska da cui provengono. Dall'altro lato altre due barche che sono proprio su quella rotta. Peccato che il vento sia costantemente contrario, e che per arrivare a quelle terre del nord ė meglio mettere la prua a ovest, arrivare quasi fino alle Hawaii e poi virare verso nord per un totale di più o meno 4000 miglia!!

Ma qui è bello ritrovare l'aria dei tropici, calda ma confortevole, i rumori della costa, uccelli che si chiamano, pesci che saltano, rane e cicale, e la mia barca con cui riconnettersi, gli spazi, i ripostigli, gli strumenti, i piccoli scrichiolii. Basta TV, traffico, fumo, frastuono, politica, guerra! Intanto arriva anche l'equipaggio per il primo mese, come l’anno scorso trovato tramite i siti web specializzati a far incontrare skipper e barche con marinai: Joe, ragazzone americano che fa il carpentiere in Colorado, e Tatt, maturo architetto di Singapore.

Un cambio di 180° due volte l'anno, da cittadino e navigatore. Mica facile, ma rigenerante!

Solo due giorni fa il traffico di Mexico City, una infinita distesa di auto e camion, case botteghe e centri commerciali, inquinamento di ogni tipo da deprimere qualsiasi ambientalista e sfidare ogni buon senso. Oggi il problema è invece quello di intercettare i tecnici per far loro terminare i lavori che restano da fare (autoclave, elettronica, bombola gas diversa dallo standard di bordo, ecc) e poi partire per mari più balneari, per le balene del mare di Cortes, 1400 miglia più a nord. Speriamo di mollare in 3-4 giorni...

martedì 22 gennaio 2019

Guatemala via terra

Prima di riprendere il mare, Laura ed io ci concediamo due settimane di vacanza in Centro America. Dal letto, zampilli di lava incandescente, proprio di fronte a noi, dall'altra parte della valle. Siamo in estasi, intimoriti dai boati, incantati dallo spettacolo, primordiale eppure eterno. Antigua, antica capitale del Guatemala, chiese e monasteri tutti ridotti in rovina da un terremoto nel '700, sorge sull'altopiano a 1500 metri, ai piedi di tre vulcani, di cui quello "del Fuego" è sempre in attività. Che proprio oggi ha deciso di presentarsi a noi nel suo massimo vigore. Il "resort" che abbiamo scelto per stanotte è quanto di più rustico si possa immaginare: casette di legno minime, essenziali, sparse in una vasta proprietà tutta di avocado, alcune costruite proprio tra i rami di immense querce, nel silenzio tra la foresta e la campagna attivamente e densamente coltivata e abitata dagli indios campesinos, diretti discendenti dei Maya. 

I precedenti due giorni invece, sul lago Atitlan, abbiamo goduto del massimo del lusso, un ecoresort di altissimo livello a goderci una camera con balcone privato, e tramonti magici di fronte altri tre vulcani di questa terra che ne conta in tutto più di trenta.

Certo non è più come quando c'ero stato 35 anni fa, adesso sono auto moto rumori plastica pubblicità rifiuti ovunque, ancor più ossessivi che da noi, ma il mercato di Chchicastenango, affollato di indios nei loro costumi tradizionali, tessuti e ricami colorati, cibi di strada irresistibili, profumi e odori, fiori e ortaggi, è praticamente lo stesso, con le due chiese una di fronte all'altra, ceri, altari Maya alternati a quelli cristiani in una coreografia unica, senza soluzione di continuità.

Oggi ci è toccato attraversare Guatemala City, un incubo di traffico, indicazioni inesistenti, camion bus auto fumo nero e puzza insopportabile, passaggio obbligato sulla nostra rotta verso le rovine di Copan appena oltre il confine con l'Honduras. Ma prima, domani, vogliamo esplorare un altro vulcano, l'Ipala, lago nel cratere e foresta intorno, dicono stupendo. 


Guatemala parte seconda (con escursione in Honduras)

Copan ė insieme a Tikal il sito Maya più importante del mesoamerica. E Copan Ruinas il paesello turistico sorto nelle vicinanze. Tranquillo, stradine in ciottoli di fiume piuttosto sconnessi come quelli di Antigua Guatemala, parecchi alberghi, pochi turisti in questa stagione, in una verde valle tutta boschi e campi, popolata almeno sin dal 1400 avanti Cristo.

Abbiamo lasciato l'auto alla frontiera e l'abbiamo attraversata a piedi, con uno zaino ridotto al minimo, per poi prendere un minibus per i pochi chilometri fino a Copan Ruinas. L'Honduras non ha una gran fama di Paese tranquillo e sicuro, ma questa zona lo è, ed e molto gradevole pure. Visitare le rovine, splendore dei secoli dal VIIIº al XIIº AD, apprendere qualcosa della loro cultura, apprezzare le sculture e i geroglifici, immaginare quei tempi remoti, è stato emozionante. Ma anche passeggiare nella valle dei pappagalli ara rossi gialli e blu e vederli volare in gruppo, raggi di colore nel verde, e poi trovare la temperatura giusta per stare tre ore a mollo nelle acque calde vulcaniche nella foresta, ci hanno fatto molto apprezzare quest'angolo del Paese. 

Tornati in Guatemala, abbiamo evitato alcune cittadine improponibili, commercio e sporcizia e nulla più, e siamo saliti ancora in montagna, sulle pendici della Sierra de las Minas, una Riserva della Biosfera di cui non vi è praticamente nulla sul web, prendendo alloggio in una delle capanne tutte di legno dell'unica struttura turistica (veramente eco..) che abbiamo trovato. Boschi tropicali tutto intorno, prati laghetti e animali in libertà, passeggiate a cercare i quezals (uccelli variopinti simbolo del Paese) e a godere il sole gli alberi ed il silenzio. 


Due giorni, sempre troppo pochi, domani si torna in Messico e poi Laura volerà a casa ed io finalmente a vela!!!

lunedì 14 gennaio 2019

Come si fa a raccontare l'oceano?

L'emozione di una visione, una manta enorme appena sotto la barca, un gruppo di balenottere che ti passa accanto, i coni vulcanici piccoli e grandi di Isabela, gli uccelli marini che si lavano al mattino nella tua baia, la loro pesca in picchiata, il loro sguardo incuriosito quando volano intorno alla barca, il frullo di una minuscola rondine di mare a centinaia di miglia dalla costa più vicina, la luce dell'alba tra le nuvole e di taglio sulle colate nere di lava, le stelle che improvvisamente bucano le nuvole cariche di pioggia e ti avvolgono e si specchiano nelle stelle del plancton attorno a noi.

Come si fa a raccontare tutto ciò? 

L'oceano è tutto questo, è il silenzio della natura, sono le nuvole sempre diverse, le onde che ci spingono a volte ci respingono, il vento capriccioso della zona equatoriale, le albe i tramonti, i pesci le razze le foche i delfini che saltano qui e là, quasi di felicità. Questo è l'oceano, ma ogni momento in oceano è così, una continua sorpresa, una costante felicità, anche nella pioggia e nel buio pesto della scorsa notte, anche nella calda piatta assolata di oggi, perché dopo c'è questo scivolare nel tramonto, anche a 3 nodi, anche a 2, pazienza, il vento verrà, intanto godiamoci il silenzio, l'aria, la luce, la pace di questo momento unico.

PS: questo scritto ieri. Stanotte una stellata stupenda senza luna, all'alba Darwin, l'ultima della Galapagos, con il suo arco sul mare, e adesso un bel vento da 10 nodi e più di uno di corrente, tutto a favore, e pieno sole! Un fantastico andare!


Come si fa a raccontare l'Oceano? Capitolo 2

L'Oceano in questa traversata di 1000 miglia è soprattutto poca aria e tanta variabilità, e quindi tanto lavoro su Bulbo Matto, che sa ben cavarsela con le sue generose vele. E tanto caldo di giorno, e di pomeriggio e di notte spesso rovesci di pioggia come cascate, tuoni e fulmini parecchio inquietanti, groppi di vento da 30 nodi che magari durano mezz'ora e poi calma piatta per ore: una bella scuola di vela!

E allora scruta le nuvole, studia il meteo, vedi se riesci ad evitare un nuvolone nero come la pece, fai camminare la barca anche se ci sono neanche 6 nodi di vento, metti il gennaker, leva il gennaker e vai di genoa, metti terzaroli, leva terzaroli, metti la cerata, chiudi tutti gli oblò, poi apri tutti gli oblò e metti tutto ad asciugare. E poi cucina, pulisci, fatti la barba, aggiusta qualcosa, verifica qualcos'altro, manda una mail col satellitare. Insomma il lavoro non ci manca proprio! Almeno non ci sono onde ed il mare è liscio come il Mediterraneo d'estate! Ma in completa solitudine: neanche una barca né una nave in vista.. 

 E poi bisogna dormire! Ci alterniamo due ore sì e due no, tutte le notti e anche di giorno, appena ci si chiudono gli occhi... 

Meno male che Sam è un grande, uno che ha fatto un giro del mondo in regata, uno che quando esci mezzo stravolto alle 3 di notte per il tuo turno di guardia, quando gli chiedi come va, con la barca forse un po' troppo invelata ed ingavonata che fila a 7 nodi nella notte più buia che puoi immaginare, con la pioggia che minaccia ad i fulmini che scoppiano accecanti poco lontano, con tono felice è capace di dirti: "How does it go? Lovely!"... Solo un inglese può uscirsene con una tale espressione in un momento così e a quest'ora!

Comunque sia, oggi, all'inizio del quinto giorno, siamo circa a metà strada, avendo consumato finora poco più di 100 litri di gasolio dei 400 che abbiamo a bordo. Una media di 5 nodi, 120 miglia al giorno, non male, date le condizioni. Il vento è appena una brezza di 5-8 nodi, ma noi scivoliamo verso nord sulla nostra rotta a 3-5 di velocità. Meno male che da quando siamo partiti abbiamo avuto sempre una robusta corrente a favore!


Come Si fa a raccontare l'oceano? Capitolo 3

E poi ci può essere mal tempo...

La linea dell'orizzonte ieri notte era tutta lampi. Sam mi sveglia e mi invita a studiare la situazione: un bombardamento spaventoso. Proprio di fronte a noi, tra nuvole nere come la pece, inaggirabile, ad una distanza forse di 10 miglia, si poteva solo tornare indietro alle Galapagos. Oppure affrontarlo. Ancora avevamo le stelle sopra di noi, e vento moderato da gran lasco. Non sentivamo ancora neanche un tuono. Ma che sarebbe successo ad entrarci dentro? C'erano 4-5 centri di attività principali, forse con un po' di fortuna ci si poteva passare in mezzo. Ci saremmo arrivati in un paio d'ore o giù di lì. Amici miei che erano stati colpiti da fulmini avevano avuto l'elettronica bruciata, impianti elettrici fuori uso e via discorrendo. Per precauzione mettiamo computer e satellitare dentro il forno: metallico, farà da gabbia di Faraday, proteggendoli. Intanto abbiamo rollato il genoa e rallentato ad osservare l'evoluzione e riflettere sul da farsi. I centri d'attività si spostavano lentamente verso ovest, troppo lentamente. Dopo un po' ci siamo fatti coraggio, abbiamo ripreso velocità e ci siamo diretti lì nel mezzo, provando a calcolare di infilarci tra due di questi. Man mano che ci avvicinavamo, la cosa sembrava possibile, ne abbiamo evitato uno, quello dopo sembrava abbastanza lontano, alla nostra destra. Ci siamo detti: se riusciamo a passare sotto quella coda nera di nuvole forse ce la facciamo, si vedono di nuovo le stelle, dietro.

Ma più ci avvicinavamo e più questa coda nera si ingrandiva e si fondeva con l'ammasso incandescente di nuvole che lo seguiva. A un certo punto i lampi erano così ravvicinati, erano ormai sopra di noi, niente tuoni ma era luce quasi di continuo, un'atmosfera agghiacciante e surreale.

Intanto da tempo avevamo prudentemente ridotto la randa con due mani di terzaroli e rollato metà del fiocco. Viaggiavamo bene, speravamo di esserne fuori presto, anche se l'obiettivo e le stelle dall'altra parte sembravano allontanarsi invece che avvicinarsi.. A un certo punto le nuvole sopra di noi, quelle oltre le quali forse c'era la fine di questo gioco di fuoco, erano così nere e grosse, che ci sembrava di stare passando sotto la campata di un ponte, sotto un tetto di cemento. Istintivamente abbassavamo la testa per non sbatterci contro. 

Invece la sorpresa dell'oceano era proprio lì sotto: un groppo improvviso, gelido, ci piomba addosso, la barca parte a gran velocità, grido a Sam che era al timone di tenere la rotta e di poggiare un po', mi precipito sul rollafiocco e smanetto sul winch, lo tiro dentro a fatica. Poi gli passo la drizza della randa e corro all'albero a tirarla giù, per fortuna scende libera, un cursore dopo l'altro, una gran fatica ma senza intoppi, in un fracasso violento di sbattere di tela. Quando siamo senza vele ci ritroviamo in pozzetto ansimanti ma sollevati, mentre il groppo continua, sicuramente sono più di 50 nodi, spruzzi vaporizzati sopra e intorno, ma ormai non c'è più nessun pericolo. C'è chi ha disalberato per aver ritardato troppo manovre come queste, in simili situazioni. O distrutto vele e attrezzatura. Ci guardiamo negli occhi, la luce certo non manca, batti 5 Sam! Con te potremmo andare ovunque! 

Il resto della notte passa tranquilla, rimettiamo vela a poco a poco. Però il pilota non funziona più, ci tocca stare al timone tutto il tempo. Anche il giorno dopo e l'ultima notte passano tranquille, anche se il sonno e la fatica cominciano a farsi sentire. Sam a un certo punto si è addormentato qualche secondo pure in piedi! Una vera battaglia. Alle 10 della mattina dopo, diamo motore senza più vento, la costa è a 70 miglia ormai e c'è un magnifico sole, praticamente siamo arrivati... 


Anche l'arrivo in porto a Tapachula, Messico, con due metri d'onda, a mezzanotte e con un brutto temporale in avvicinamento è stato piuttosto adrelalinico, ma abbiamo trovato Marina Chiapas bello, con personale disponibile e simpatico, molto caldo ma bella sensazione del rifugio, della sicurezza e del mare ... fermo, finalmente, è impagabile! Sistemato nei giorni successivi Bulbo Matto in secca per quest'anno, siamo volati a casa, con ancora negli occhi e nel cuore questa fantastica, indimenticabile traversata di 1000 miglia in equipaggio ridotto, la mia seconda più lunga, ma certamente la più bella finora...

giovedì 27 dicembre 2018

Oceano, finalmente!

1000 miglia di traversata ormai non ci preoccupano più. Ne abbiamo fatte 10.000 i due anni passati, e già altre più di 1000 quest'anno. Ci resta per questa stagione quest'ultima navigazione oceanica dalle Galapagos al Mexico. Dopo più di un mese e mezzo quasi fermi, potendo stare solo all'ancora nelle tre sole baie autorizzate di San Cristobal, Santa Cruz e Isabela, la aspettavamo oramai con ansia Sam ed io. Oceano, finalmente! 

Sam si era preso un paio di giorni di riposo a terra, in albergo. Solo a bordo lo aspetto la mattina della partenza con una punta di ansia: e se non venisse? Se fosse sparito? È una simulazione di una eventualità impensabile evidentemente, Sam non mi pianterebbe mai, ma ci rifletto qualche minuto, cercando un "piano B" che a mare è sempre bene avere, ed è ormai mia assidua abitudine avere in ogni circostanza. Se succedesse non potrei certo lasciare la barca in sicurezza qui, impossibile. Devo tornare a casa e poi ho già il biglietto di ritorno da Messico tra 10 giorni. Bene, andrei da solo, ne sono certo. Non ho mai fatto grosse navigazioni in solitario, ma ormai ho una tale confidenza con la barca e con l’oceano che salperei senza indugio. Follia? Piuttosto rischio calcolato. Del resto mi sento molto più a rischio a guidare a velocità in un’autostrada con traffico pesante. Ma la simulazione finisce presto: Sam arriva puntuale, sorridente, affidabile come sempre. Due minuti dopo salpiamo e siamo in rotta!

Quante cose succedono in oceano! Siamo solo in due, ma resteremmo svegli tutto il tempo, se potessimo! Tecnicamente, non ci dovremmo aspettare problemi, se non per la mancanza di vento. E noi abbiamo carburante solo per 800 miglia, e un tempo limite definito. Confidiamo nei venti "papagayo" provenienti dal Costarica, che a metà strada potrebbero darci una bella spinta.

Partiamo quindi il 17 maggio, mattinata stupenda dopo giorni di "garua" tempo di pioggia finissima ma a volta anche torrenziale, che caratterizza questi mesi da maggio appunto, a settembre-ottobre. Salutiamo la foca che ormai si era così tanto affezionata alla nostra barca e alla plancetta di poppa, salutiamo i "boobies" zampe azzurre (sule), l'ancoraggio di Isabela così protetto dell'ultima settimana, e partiamo. 

A neanche 10 miglia, nello specchio della bonaccia, la prima meraviglia, una manta meravigliosa quasi sotto la barca, enorme, nera sopra, candida sotto, visione magica! Due minuti dopo un'altra! E poi decine e decine di tartarughe, a sonnecchiare a pelo d'acqua, anche loro a godersi il sole ed il caldo del mattino...


Abbiamo deciso di fare il giro ad ovest di Isabela, speriamo di vedere altre coste, altri animali, l'isola Fernandina, e a nord, Wild e Darwin, le più remote e piccole, a nord, vicino alla nostra rotta. Tra Isabela e Fernandina il vento fa i capricci, i temporali ci assediano da tutte le parti, col buio decidiamo di aggirare prudentemente Fernandina all'esterno, piuttosto che transitare nell'angusto canale che la separa da Isabela. Piove a dirotto. Buio assoluto. Ma la mattina dopo siamo oltre, sotto l'estremità nord ovest di Isabela, coni vulcanici da ogni parte, colate nere di lava inframmezzate da strie di cespugli verdi: una visione di una bellezza selvaggia che lascia senza fiato. 

La salvezza del natura sta nell'ecoturismo

Ormai lo dicono tutti, dal WWF al World Tourism Organization. Negli USA lo studiano a livello di Ph.D. nelle Università. Ne hanno parlato insieme, di recente, i 500 delegati provenienti da oltre 30 Paesi che hanno partecipato all'Ecotourism and Sustainability Tourism Conference (ESTC15) tenutasi a Quito, Equador, (c’ero anch’io, lasciata la barca all'ancora custodita da Sam) per l'organizzazione del The International Ecotourism Society (TIES), e con la partecipazione del Global Sustainable Tourism Council (GSTC). Due autorevoli organizzazioni da tempo impegnate nella promozione, codificazione e qualificazione di strutture e destinazioni ad alta attenzione nei confronti della protezione ambientale e della ecosostenibilità delle relative attività turistiche. 

Parliamo qui proprio della salvezza della Natura del Pianeta attraverso il turismo ecosostenibile e della conservazione. Nei nostri tempi di crisi e di casse pubbliche vuote (a livello mondiale va detto, con la Cina unica eccezione o quasi) le soluzioni vanno cercate altrove. 

Per la protezione e riqualificazione ambientale è già in larga misura così, con gli operatori turistici più illuminati ed ispirati che si fanno carico diretto o in collaborazione con le istituzioni pubbliche territoriali di interventi ambientali sia nelle loro aziende, a volte estese nei paesi in via di sviluppo come l’Ecuador centinaia o migliaia di ettari, che nel territorio circostante. Aziende che realizzano servizi e infrastrutture per la fruizione turistica, dai sentieri soprattutto, alla comunicazione, che organizzano tutto ciò che necessita ai turisti "specializzati", dal birdwatching al mountain bike, dal trekking alle spedizioni alpinistiche vere e proprie, dai safari fotografici all'horseback riding e così via.

Fino al turismo di avventura, a volte criticabile in verità, per il rischio di trasformare la Natura in un parco di divertimenti. Ci riferiamo a canopy, zip lines, rafting, downhill biking, o alla pesca "catch and release", solo per citarne qualcuno. Ma se questo è il prezzo da pagare per avere un fiume o un litorale pulito, una foresta protetta, una specie in pericolo di estinzione monitorata e aiutata a riprodursi o un'area recuperata, oppure la pesca controllata e regolamentata, che tutto ciò ben venga, o no?

Qui in Equador, il Paese intero punta al turismo ecologico più qualificato, vantando oltre alle ben note e incredibili Galapagos una eccezionale varietà biotopica tra la fascia costiera su per la Sierra fino ai 100 vulcani alcuni di 6000m, e poi giù alle foreste Amazzoniche, ricchezza naturalistica testimoniata dalla più alta diversità ornitologica mondiale in rapporto alla limitata superficie (250.000km2): ben 1600 specie di uccelli delle circa 10.000 esistenti. Il più frequentato Costarica la metà, circa 800. Un buon indicatore dello stato di salute e della qualità ambientale.

E con un entusiasmo ed uno slancio da noi purtroppo scomparso da tempo hanno già messo in campo risorse e iniziative di supporto a questo tipo di turismo, tra cui in un sistema di qualità (facoltativo) delle strutture turistiche che comprende varietà, caratteristiche e livello "ecofriendly" dei servizi offerti: un sistema da far invidia a qualsiasi Paese cosiddetto sviluppato!

Con l’occasione ho girato un po’ il Paese e fatto delle verifiche sul campo, visitando 4 ecolodge molto diversi tra loro: un bel B&B alle porte di Quito, nei pressi di un bel cañón parco sub urbano e base di vacanze naturalistiche nei parchi e riserve del Paese, un lodge più rustico a 500km verso la costa pacifica, al centro di una proprietà da 700ha di foresta nebulosa con oltre 10km di sentieri privati, un terzo alloggio più moderno, quasi lussuoso, con solo 7 stanze in 3 cottages nel bosco più fitto ancora più giù verso il mare, e infine una stupenda fattoria riconvertita, più che centenaria a 3800m di quota, ai piedi del cono innevato, perfetto, del vulcano Cotopaxi che sfiora i 6000m. Tutti caratterizzati da una grande attenzione per l'ambiente e per il turista, per le tradizioni locali sia nei materiali usati e nello stile degli ambienti, che per i servizi ed i cibi offerti.


Qui un turista naturalista ma non solo trova veramente il massimo di quello che può desiderare. Senza parlare naturalmente delle stupende testimonianze della colonizzazione spagnola fin dal secondo '500, in primo luogo le chiese ed i conventi di Quito...

lunedì 24 dicembre 2018

Galapagos, la realtà

Il titolo sembra quello di un'inchiesta, ma in realtà vorrebbe essere solo un tentativo di uscire dall'immaginario  e descrivere un po' le cose come stanno, in questo arcipelago del tutto speciale. Sì, perché di una terra speciale si tratta, ma quale non lo è in fondo? Non è proprio questo il bello del viaggio, della natura, della scoperta? Il bello della diversità. 

Qui, mettendo un momento da parte gli stupendi documentari naturalistici e le crociere che offrono qui, che fanno rivedere dal vivo  le scene e le emozioni dei documentari (a caro prezzo), avendo tempo a disposizione, noi siamo andati finora alla scoperta di due delle isole maggiori, San Cristobal e adesso Santa Cruz, in relax, con il "fai da te" ascoltando e confrontando le esperienze di altri viaggiatori. 

Intanto occorre considerare che il clima è quasi arido, cactus, opuntias e arbusti bassi a tappeto, su un suolo vulcanico difficile da percorrere anche a piedi. Solo poche aree oltre una certa quota diventano più verdi e floride. La fauna endemica è speciale ma non ricchissima come ci si potrebbe aspettare: a terra iguane terrestri e marine, lucertole, e poco altro, poi uccelli, bellissimi quelli marini, sule, fregate, fenicotteri e altri, a mare gli onnipresenti e quasi domestici leoni marini, delle dimensioni di foche, giocherelloni ed invadenti, pensano che la barca sia di loro proprietà. A Isabela ci sono i pinguini. Tutti senza timore di essere cacciati, come si sa, ma questo vale anche per le cernie di Linosa e di Ustica, tanto per dirne una. 

A San Cristobal abbiamo percorso gli unici due sentieri possibili, sfidando il caldo torrido, e questa è stata finora la vera e più bella scoperta: spiagge deserte, scogliere a picco sui frangenti dell'oceano, animali lì tranquilli a farsi fotografare, nessun ranger che, se da una parte ti insegna tante cose curiose, dall'altra ti condiziona tempi e sapori dei luoghi. Lo stesso per le immersioni. Dimenticate i vortici di squali pinna bianca e martello, ci sono anche quelli qualche volta, ma lo stupore include anche molto altro, a cominciare dal fatto stesso di essere lì, dall'altra parte del mondo, di esserci arrivati sulla propria barca invece che in aereo, e di assaporare paesaggi diversi, per l'appunto, con i leoni marini che ti sbucano da dietro come siluri, con la risacca dell'oceano che sale sulle rocce lì vicino, con le fregate che volteggiano sopra e le sule che ti guardano con curiosità invece che con timore. 

A Santa Cruz c'è una delle più belle spiagge che abbia mai visto in vita mia ad un'ora di cammino dalla cittadina, ampia, bianca, dolce, cristallina. Niente colonie di uccelli qui, per quelli bisogna andare in gita su altre isole vicine, cosa che faremo quando verranno i nostri amici, nuovo equipaggio.

Oltre ai pinguini, sappiamo che Isabela, la più remota e meno abitata delle isole maggiori, offre una enorme caldera fumante a 1400 metri di quota, tunnels di lava con il mare dentro, (sull'Etna hanno il ghiaccio dentro e non credo che vengano in molti -per adesso- da tutto il mondo a vederli) e scopriremo cosa altro quando ci andremo.


Insomma la realtà supera l'immaginazione in quanto è realtà, appunto, e a condizione che non ci si faccia condizionare troppo dai media, dal marketing e dai miti, che magari glissano su caldo tonrrido, piogge tropicali, mosche cavalline, ecc. Per noi va bene così, vivere e scoprire poco a poco queste isole che hanno fatto la storia della protezione ambientale e dell'ecoturismo è un piacere ed un privilegio.

domenica 23 dicembre 2018

Galapagos prime impressioni

Quindi abbiamo raggiunto anche questa mèta. Se Panama ci era sembrato un traguardo immensamente lontano, ora siamo anche oltre.   E ovviamente ci sarebbe molto "oltre" ancora. In baia qui, a San Cristobal, ci sono 4-5 barche a vela, non di più, oltre quelle da pesca e da lavoro dei locali. Tutte tranne noi sulla rotta verso le Marchesi, 2800 miglia, e la Nuova Zelanda o l'Australia, altre 6000 circa. Ogni qualche giorno una barca parte, una arriva. Due gli italiani in questo momento oltre me. Paolo, romano, una bella barca in alluminio, per un progetto di giro del mondo in tranquillità. E Nanni, torinese, un vero navigatore su una barca in acciaio in arrivo dal Messico dopo aver fatto, udite udite, la Groenlandia ed il passaggio a Nord-Ovest fino in Alaska, primo italiano a compiere questa rotta mitica. E con in testa il progetto di completare il giro artico andando dal Giappone alla Norvegia via Siberia: un giretto da nulla...

Ma il fatto vero è ormai evidente e confermato: i miti non esistono, al più sono creati dai racconti dei protagonisti stessi, o dagli scrittori, o dal marketing del turismo e dell'avventura. Così anche per le Galapagos. Alex sbarca, forse stanco della convivenza forzata di bordo: peccato, è stata una bella compagnia. Dice, con una punta di polemica, che è "felice di riguadagnare la sua libertà". Sam, col suo humor tipicamente inglese, prontamente gli risponde che anche noi siamo "felici che lui riguadagni la sua libertà". Insomma un divorzio consensuale senza conseguenze. Succede, in barca, a volte con liti e tensioni.

Oggi qui per me e Sam è la prima gita col ranger, e le prime due immersioni al Kicker Rock, uno scoglio veramente impressionante, a picco sopra e sott'acqua, a nord di San Cristobal. Uccelli, squali martello e pinna bianca piuttosto grossi, luce di taglio tra le fenditure delle rocce, leoni marini ci sfrecciano accanto sempre a caccia di pesce. Molto molto selvaggio, scenico, speciale.

Ieri una passeggiata al centro visitatori, ben fatto, offerto pochi anni fa dalla cooperazione spagnola, appena fuori del piccolo abitato. Incredibile la storia dell'arcipelago, con parecchi tentativi (falliti) di colonizzazione che si sovrappongono ad un lungo periodo di sfruttamento delle risorse naturali durato fin quasi all'estinzione di foche, tartarughe e balene. Poi l'istituzione del Parco Naturale forse più controllato e protetto del mondo (a ben ragione) che è anche allo stesso tempo un sfruttamento economico in piena regola ed una grande operazione di marketing turistico. Tra tasse e servizi abbiamo pagato ben 1400€, ci hanno fatto un'ispezione meticolosa all'inverosimile, dentro, fuori e sotto la barca, e ci hanno tassativamente proibito quasi tutto, tranne che stare alla boa nelle uniche tre rade a tal fine destinate, di fronte agli abitati delle tre isole maggiori. Con queste tasse non è raro sapere di barche che tirano dritto per la Polinesia senza fare sosta, oppure che sostano abusivamente in qualche remoto ancoraggio, a rischio di multe salate.

La cosa che ci aveva colpito di più costeggiando San Cristobal a nord, arrivando da Panama e da Malpelo, era l'assoluta assenza di tracce umane lungo i 50km di costa. Un tappeto verde di bassa vegetazione da clima semiarido con qualche alta formazione del tutto arida di roccia lavica qui e là di fresca eruzione. Ė di roccia lavica anche Kicker Rock, dove ci siamo immersi, e un promontorio poco lontano anch'esso a precipizio verticale sul mare. Ovunque i leoni marini endemici dell'isola, simpatici bestioni dalla mimica quasi umana e la voce ragliante, i pellicani, i granchi saltanti, capaci anche di andare avanti e indietro e non solo di lato. E le iguane marine, evoluzione locale di quelle terrestri, capaci di apnee anche di 30 minuti a 30 metri di profondità. E ancora non abbiamo visto quasi niente! 


Ancora una volta meglio lasciar perdere i miti, sorvolare sugli aspetti prosaici ed economici e goderci la natura come ci si presenta, nella sua stupenda diversità, come sempre ce la godiamo quando l'uomo non la distrugge, quando non occupa territori che non gli apparterrebbero.

venerdì 21 dicembre 2018

I famosi "doldrums"

Molti, se non tutti, ne abbiamo letto nei libri di Salgari, ma che cosa sono esattamente i doldrums? Si fa presto a dire "calme equatoriali", ma avete presente una calma TOTALE per giorni e giorni? Niente vento, naturalmente, se non soffi appena rinfrescanti a mitigare il sole caldo da bruciare, solo qualche delfino e pochi uccelli, nemmeno una barca o una nave neanche col radar e mare quasi piatto, perché l'oceano piatto non è mai, liscio come l'olio sì, ma sempre con onde di 1-2 metri che viaggiano lente in più direzioni, appena accennate, morbide, lontanissime l'una dall'altra, anche 2-300 metri, ma pur sempre maestose.

Dopo più di 24 ore di motore, protetti dal tendalino provvidenziale come non mai, incoraggiati da qualche increspatura sulla superficie, oggi pomeriggio abbiamo dato vela, più che altro per una pausa di pace e di silenzio. Regolate le vele al traverso, Bulbo Matto ha preso a scivolare in questo nulla, piano piano, 2 poi 3 nodi, anche 4 a volte, ci ha regalato una serenità preziosa fino ad un altro tramonto stupendo, con l'arancio che ondeggiava tra le masse d'acqua che viaggiavano lente con movimenti leggeri. 

Poi è finito tutto, un'altra notte di motore, e altre due ce ne sono fino a San Cristobal. Uno splendido quarto di luna ci consola.


Mai l'indomani c'è l'equatore da attraversare! Per me ed Alex è la prima volta in barca a vela. Sam si traveste da Nettuno e noi confessiamo i nostri peccati, implorando il perdono ed una traversata felice. Nettuno, bonario, sembra accogliere le nostre richieste...

giovedì 20 dicembre 2018

Chi conosce Malpelo?

Quasi nessuno, eppure questa isoletta, una rocca di neanche 1 miglio per 2 nel mezzo del nulla, a 200 miglia dalla costa colombiana, lato Pacifico, e 300 da Panama, da 20 anni è Riserva Marina Integrale della Repubblica della Colombia, da 15 anni è Marine Special Protection Area dell'IMO (International Maritime Organization), e da 10 anni è Sito Unesco Patrimonio dell'Umanità. 

E tutto questo per merito di Sandra Bessudo, una giovane donna, vorrei dire una ragazza, tanto amante della natura e del mare da fare della loro difesa la battaglia di una vita. Mi ha messo sulle sua tracce Laura, la mia compagna, che ne ha visto l'intervista in TV sulla sua battaglia contro i trafficanti di pinne di squalo. 

Da ragazzina visitò l'isola con suo padre importante operatore turistico colombiano, e se ne innamorò. Poco dopo incontrò per caso ai Caraibi il Presidente dalla sua Colombia, ed ebbe la sfrontatezza di perorare la causa della protezione di questa isoletta. Batti e ribatti è riuscita e ottenere tutto quello che voleva. La riserva, i programmi di studio e protezione e oggi conduce la Fundaciòn Malpelo e almeno due spedizioni l'anno di ricercatori colombiani sull'isola. 

È qui che la incontro, per una seria di fortunate coincidenze, sulla mia rotta con Bulbo Matto da Panama alle Galapagos. In primis, senza permesso neanche mi volevano fare fermare. Superata questa resistenza con una serie di insistenze e di fantasiose motivazioni all'italiana, ci indicano un ormeggio sopravvento, intenibile, poi un altro a sud, così al largo da farci sentire assolutamente in mezzo al mare, di fronte ad una costa quasi verticale e a scogli ripidi assediati dalla enorme risacca oceanica, il tutto letteralmente ricoperto da migliaia di nidi e sorvolato da stormi di uccelli schianazzanti. 

La chiamiamo per radio, più volte, è sull'isola!, sta "buseando", ci dicono, cioè è in immersione col suo gruppo di ricercatori. Al tramonto vediamo arrivare verso di noi un gommone: è lei, minuta, giovane, occhi chiari, rimaniamo tutti impalati a guardarla. La accompagna Erica Lopez, Ranger della Riserva, un'altra forza della natura, entrambe ancora con la muta bagnata addosso, colombiane della nuova Colombia che vuole e sta diventando una Nazione moderna e rispettabile. 

Ci raccontano tutta la storia della "loro" riserva, del bendidio di vita marina che c'è sotto, delle loro battaglie ecologiste. Come vorremmo fare un'immersione, almeno una! Alex ha pure studiato biologia marina ed è master diver! Niente da fare, sono piene di lavoro e di gente da seguire.. 


Alla fine della visita, dopo scambio di mail, abbracci e baci, Alex, lo spiritoso di bordo, con disinvoltura fa il gesto di buttare la lattina vuota di birra in mare: Sandra ha un moto, ma è uno scherzo! Con questa ultima risata ci lasciamo, noi con un po' di rimpianto per le meraviglie che possiamo solo immaginare, augurandoci un ottimo proseguimento, ognuno per la propria rotta... Di notte grandi movimenti di predatori invisibili sotto la carena.. la mattina dopo in rotta verso le Galapagos.

L'emozione del Darièn.

Sam regge il timone con perfetta competenza nell'alba limpida del golfo di Panama. Abbiamo lasciato ieri pomeriggio Bahia Piña, costa del Darièn, rotta 240º sulle Galapagos (850 miglia) con sosta possibile all'isoletta di Malpelo, competenza della Colombia, molto meno nota ma dicono altrettanto ricca di pesce come l'isola di Coco, 500 miglia più a nord, al largo del Costarica. 

All'estremità est di Panama, al confine con la Colombia, la Carrettera Panamericana, progetto di un secolo fà che avrebbe dovuto correre dall'Alaska alla Terra del Fuoco, si interrompe bruscamente di fronte alle montagne ed alla giungla del Darièn. E mai più sarà completata. Perché il Darièn è un parco naturale internazionale, patrimonio, grazie a Dio, dell'umanità.

Che la strada non sia stata realizzata proprio a causa delle impervie condizioni geografiche, oppure perché osteggiata da guerriglieri e trafficanti che se ne avvantaggiano per esercitare meglio le loro attività illegali o antigovernative non è dato di sapere. Certo è che la natura ha  così vinto su tutto, rimanendo al sicuro da uno sfregio profondo che avrebbe sicuramente dato avvio ad attività economiche le più varie di penetrazione e sfruttamento. Mentre adesso solo gli Indios Emberà e Wounnan la abitano e la conoscono a fondo. 

Attratti dalla promessa di natura incontaminata di questa area grande più della Sicilia e dalle culture indio, avevamo dato àncora a Bahia Piña, a meno di 50 km dal confine con la Colombia, e ne abbiamo fatto per qualche giorno la nostra base per vivere e capire un po' di questa regione ben poco nota e frequentata. 

Bahia Piña ci ha affascinati: provate ad immaginarvi un anfiteatro fitto di foreste, alte montagne dietro, le poche case dell'unico villaggio perse nella stretta pianura dietro una spiaggia che la borda da un angolo all'altro. Una mattinata a passeggiare nel villaggio, guardare le piccole attività, fare un bagno nel fiume tranquillo e trasparente (ma solo in questa stagione..) accanto alla breve pista dell'aeroporto. Poi un pomeriggio a risalire il Rio con nostro tender un paio di km con l'alta marea fino al villaggio. Ore a guardare il mare tiepido che letteralmente pullula di vita da ogni parte, pesci guizzanti, pellicani indolenti, qualche piroga con bimbi e ragazzi che pescano, donne gentili che propongono artigianato delizioso alla nostra barca, la sola in tutto questo ben di dio.. 

Poi ieri una gita su nel Rio Jaquè, mezz'ora più a sud, è stata la ciliegina sulla torta: intanto l'emozione di entrare nel fiume all'alba (e poi di uscirci, con l'alta marea del pomeriggio: un ostacolo pericoloso costato in passato la vita a molte persone) superando gorghi e correnti vorticosi sulla lancia un po' sgangherata della nostra guida Rodolfo, poi di risalirlo una ventina di km fino a Birochera, villaggio degli indio Wounnan, casette di legno rialzate da terra, tanti bambini, canuzzi polli e una vita ai minimi termini.

Dopo aver parlato un po' in giro, fotografato e passeggiato, alla fine, sulla via verso la lancia del ritorno, troviamo una piccola folla di curiosi e bambini nella capanna grande che fa da centro di riunione e da chiesa della comunità con una varietà di piatti e vasetti colorati, maschere, oggetti di legno e di tagua (avorio vegetale) intagliato. Impossibile non comprare qualcosa. 


Ma adesso, volata via Simona e rimasti in tre, Sam, Alex ed io, stiamo navigando in Oceano e siamo concentrati su meteo (perfetto, per fortuna), sicurezza e conduzione di Bulbo Matto, e su quanto avrà da offrire la nostra prossima mèta: le mitiche Galapagos!

martedì 18 dicembre 2018

Primo Pacifico

Va via Laura e Christine e arriva Simona, palermitana giramondo ormai professionista. 35 miglia a sud est di Panama City c'è un arcipelago dal nome affascinante, Las Perlas. Un centinaio di isole ed isolette poco abitate, una delle maggiori, San Josè, è privata e vi sorge un unico resort di cottage di lusso sparsi nella foresta. Poco vento, vi arriviamo il giorno dopo dal Canale, un po' motore un po' gennaker. Ci ancoriamo a ridosso della più frequentata, Contadora, accanto altre poche barche a vela, così chiamata perché gli spagnoli vi contavano i tesori trafugati nell'America del Sud, prima di sbarcarli a Panama, trasportarli dall'altra parte su dei carri e reimbarcarli per la Spagna, pirati permettendo.

Ma la delusione è grande: l'isola è disseminata di ville miliardarie in questo periodo quasi tutte chiuse, sparse in una vegetazione secca, direi invernale, se non fossimo quasi all'equatore. Un'atmosfera da stazione turistica di lusso fuori stagione. Ma soprattutto il mare è verde palude e freddo! Incredibile! Anche le altre isole non sono certo più attraenti: belle nella loro selvaggia natura, ma non molto fruibili: foreste scure ed intricate, spiagge deserte ed altrettanto selvagge ma ben poco balneabili, in queste condizioni.

Dopo qualche giorno le lasciamo senza troppi rimpianti e ci molliamo al tramonto per una traversata notturna di 60 miglia verso sud est, una baia quasi misteriosa che sulle mappe sembra ben ridossata e fuori dalle rotte più battute lungo la costa del Darièn: la regione più remota e meno sviluppata di Panama, verso il confine con la Colombia. La notte è buia e incute quasi paura: ma per fortuna ci danno felicità i miliardi di stelle, in cielo e nel mare, dove il plancton segna la scia nostra e quella dei tanti delfini che ci accompagnano: sembrano comete accanto e sotto di noi, si intrecciano, fanno evoluzioni e giravolte luminose che ricordano quei bastoncini scintillanti che accendevamo nel buio da bambini a carnevale.

Anche questa volta le nostre aspettative sono pienamente appagate: all'alba ci appare un profilo frastagliato di diverse quinte di alte montagne coperte di giungla e la mèta che avevo adocchiato sulla carta, Bahia Piña, si rivela una base stupenda per qualche esplorazione in questo parco naturale quasi impenetrabile più grande della Sicilia. Pullula letteralmente di pesci e di vita, che vediamo schizzare dappertutto inseguiti da invisibili predatori. Il mare è finalmente più caldo, pulito e trasparente, e la nostra barca è la sola all'ancora in un grande anfiteatro perfettamente ridossato, quasi senza traccia umana intorno. 


Subito ci vengono intorno tre ragazzini sulle loro piroghe di tronchi scavati: sono Indios Emberà, teneri, deliziosi, gentili, ci propongono i loro stupendi piattini e vasetti di fibra di palma, intrecciata così fitta da poterne fare recipienti per l'acqua. Poi ne chiamiamo un altro più grandicello che passa accanto dopo la sua pesca mattutina, sarà la nostra guida del giorno: Ortega ci sbarca uno ad uno sulla spiaggia che sembra infinita, tagliando indenne i frangenti che sembrano alti e minacciosi a noi a pelo d’acqua, e ci conduce al piccolo villaggio, forse una cinquantina di case, una chiesa, una scuola affollata di bambini ed un locale comune per il tempo libero e le riunioni. In una di queste ammiriamo una donna in costume locale che intreccia un enorme piatto tutto di fibra di palma colorata a motivi tradizionali, un vero capolavoro di enorme valore, saranno mesi che ci lavora. Accanto alla breve pista d'aeroporto (un monomotore due volte la settimana per Panama City) un bagno rinfrescante nel Rio Piña, trasparente da poterlo quasi bere, e la gita è già conclusa. Una realtà ai minimi termini, vedremo nei prossimi giorni cosa potremo vivere di questo posto così tranquillo da farci sentire totalmente fuori dal mondo.

domenica 9 dicembre 2018

Il nostro Canale



Arriva il nostro turno. Di quest'opera incredibile di ingegneria marittima, civile ed idraulica, sapevo già tutto: che era stata realizzata giusto 100 anni fa, con una lungimiranza tale da renderne necessario l'ampliamento sono in questi anni, dopo un secolo di sviluppo economico mai prima neanche immaginabile; che era costata allora la vita a qualcosa come 25.000 persone, tra malattie, incidenti e attacchi di puma, giaguari, coccodrilli e serpenti; quante navi vi transitano oggi, circa 40 al giorno, quanto pagano, anche 200.000$ e più per una portacontainer da 380 metri di lunghezza e 4000 pezzi impilati dentro e sopra, quanto guadagna un pilota senior, oltre 300.000$ l'anno, ecc, ecc. Avevo visitato con grande stupore le enormi chiuse già a giugno scorso, e transitato pure, aiutando il mio amico Matt, navigatore quasi solitario avendo a bordo solo il suo cane Oskar, oggi arrivato a Città del Capo via Capo Horn.

Ma non pensavo che avrei avuto un'emozione così grande, ad entrare nelle chiuse di notte, alla luce gialla delle fotoelettriche, al timone della mia barca. Ci è sembrato di entrare in un enorme teatro, su una scena tutta per noi, di cui eravamo noi i protagonisti. 

Il copione era ben collaudato: quattro amici alle cime ai quattro angoli della barca, il pilota che mi suggeriva le manovre, una chiusa dopo l'altra, senza un problema, in affiancamento con altre due barche.  Siamo così saliti 27 metri dall'Atlantico al lago Gatùn, dove abbiamo cenato (pasta all'amatriciana) e passato una notte fresca e tranquilla affiancati alle altre barche in transito come noi quella sera.

All'alba della mattina dopo, odore di uova con la pancetta, risate e chiacchere in una mezza dozzina di lingue diverse, poi arrivano i piloti e si parte per le 36 miglia di motore che ci portano attraverso il lago Gatùn fino alle chiuse Pedro Miguel e Miraflores. Altri tre salti in discesa con l'enorme prua di una petroliera che incombe minacciosa su di noi, per scendere in Oceano Pacifico. All'ultima riusciamo ad individuare la webcam che ci riprende tutti e che consente ad amici e parenti di vedere da casa il nostro transito in diretta.
Probabilmente saremo troppo piccoli, quasi indistinguibili, la barca accanto ha issato uno striscione con suo nome, noi il gran Pavese in testa d'albero, mi levo la maglietta e mi sbraccio sorridendo.. Stamattina mi sono fatto magari la barba! Mi vedrà nessuno dei parenti e amici che ho allertato? Chissà.. Ma per noi è comunque una grande festa, un'emozione vera e forte..

Indimenticabile! Alle 15 siamo già in Pacifico, neanche mezz'ora e siamo ancorati davanti al marina di Balboa, stremati dal caldo e dall'emozione, accanto ad altre decine di barche, molte presumibilmente in partenza per la traversata più lunga, quella dell'oceano più grande. 


Noi prenderemo le Galapagos come una boa e torneremo indietro, a Panama o in Ecuador o piuttosto a nord, in Messico, come mi suggerisce Vittorio: lui naviga con moglie e due stupendi figli piccoli biondissimi e metterà la sua barca in secca a Marina Chiapas, quasi al confine col Guatemala. Tutto il resto è troppo lontano e impegnativo. Ma quello che abbiamo fatto già ci soddisfa tutti in pieno, ed il Canale appena vissuto ne è un capitolo fondamentale. Chi se lo sarebbe immaginato solo 3 anni fa?